sabato 4 gennaio 2014

Acquology 2013 il 1 Dicembre a Massafra (TA) Reportage

Lo scorso 1 Dicembre nella splendida cornice di una chiesa sconsacrata a Massafra (TA) si è tenuta la terza edizione di "Acquology - Oceano Interiore" e il nostro amico e collaboratore   Diego Loporcaro  ci ha inviato il suo Reportage, ecco la sua personale recensione, corredate come sempre dalle foto di     Dario Camasta:

ACQUOLOGY – III EDIZIONE / II SERATA – DOMENICA 1 DICEMBRE 2013
@ Auditorium Chiesa Sconsacrata di Sant’Agostino – Massafra (TA)

Programma:
ZOS KHEM & TERRENI K play ECCE UBU by Luca Ferri
CANDOR CHASMA (Simon Balestrazzi & Corrado Altieri) play SICILIA! by the Straubs


ACQUOLOGY è una rassegna che coniuga seminari, documentari e musica sperimentale “live” su cinema d’autore, che si tiene da tre anni a novembre nel comune di Massafra nella provincia tarantina, promossa dall’associazione culturale Ambiente H e che quest’anno vedeva come location ospitante la bellissima chiesa sconsacrata di Sant’Agostino del ‘500, situata nella parte antica del borgo pugliese.


Purtroppo per ben due anni consecutivi ho perso l’appuntamento iniziale della rassegna con la partecipazione di Lunus (il progetto sperimentale solista di Devis Granziera dei noti Teatro Satanico, di cui abbiamo già recensito la performance, sempre a Massafra). 
Nel suo secondo appuntamento, questa terza edizione di ACQUOLOGY vedeva all’interno della stessa serata il duo composto da Zos Khem e Terreni K musicare il mediometraggio sperimentale “Ecce Ubu” (2012) del regista bergamasco Luca Ferri e il duo composto dai veterani della scena sperimentale italiana Simon Balestrazzi (ex-Tomografia Assiale Computerizzata) e Corrado Altieri (ex-TH26), musicare e ri-sonorizzare “dal vivo” il film “Sicilia!” (1999) della coppia di cineasti francesi Jean-Marie Straub & Danièle Huillet.


Ma partiamo con la prima parte della serata: Zos Khem e Terreni K sono due musicisti  tarantini dell’area cosiddetta “industrial” degli anni ’10, due artisti differenti seppur compatibili ed entrambi promettenti: Khem si muove più su una industrial rituale prendendo fonti audio “reali” tra le più disparate e manipolandole sino all’inverosimile, mentre Terreni K opera più su territori elettronici drone, ambient industrial, molto onirici e glaciali.

Luca Ferri invece è un regista autodidatta che dal 2005 ad oggi ha realizzato cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi che hanno preso parte a vari concorsi cinematografici e sono stati ospitati in varie mostre. Di tutte le sue opere è stato scelto da Massimo Indellicati, curatore del festival, un mediometraggio del 2012 della durata di 1 ora dal titolo “Ecce Ubu”, già proiettato in diverse gallerie d’arte e al “National Cinema Trevi Festival” a Roma.
Sessanta scene girate in super8, di diversa estrazione, sono state recuperate dall’archivio storico delle riprese di Ferri, si tratta per lo più di filmati elementari di viaggi, di vita familiare, di manifestazioni, ma anche filmati registrati involontariamente per dimenticanza di spegnimento della cinepresa. Le sessanta scene passano in modo sistematico e graduale, dalla più veloce alla più lenta: dapprima ogni scena occupa un secondo, poi due, tre, e via dicendo, fino ad arrivare all’ultima sequenza, che è quella più lunga e cronologicamente esatta.




Un incedere ipnotico e onirico al tempo stesso, ricalcato dai suoni di Zos e Terreni K, un mash up di basi trip-hop lentissime, musica tradizionale sufi, canti gregoriani tutti molto rallentati e dilatati, su cui Terreni K aggiunge suoni elettronici “in real time”.




Con pochissimo distacco dalla performance dei due sperimentatori tarantini, quasi a voler dare al pubblico l’idea di un “continuum” tra le due performance previste per la serata, attacca il film “Sicilia!” dei coniugi Straub. 



Per chi non li conoscesse, i coniugi Straub hanno realizzato circa una trentina di film dal 1963 sino al 2006, anno della morte di Danièle Huillet. 
Coppia nella vita come nell’arte, i coniugi Straub hanno contribuito allo sviluppo di un nuovo cinema moderno e sperimentale, lontano dalle logiche di botteghino.
Non a caso la coppia ha sempre realizzato le proprie opere in modo del tutto artigianale, scrivendo, montando, producendo e filmando in piena autosufficienza.
In questo modo hanno creato un cinema nuovo che non tiene conto del gusto dello spettatore, dove l’attore, la sua parola, e i suoni ambientali fanno da padrone.
Per i testi dei loro film la coppia di cineasti francesi sono fortemente influenzati da autori quali Kafka, Hölderlin, Brecht, ma è soprattutto l’opera di autori italiani quali Dante, Pavese e Vittorini ad influenzarli maggiormente.
Infatti “Sicilia!” è basato sul romanzo “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini, uno dei maggiori esponenti del neorealismo letterario italiano insieme a Cesare Pavese. 
“Conversazione in Sicilia” pur essendo sfuggito alla censura fascista nella sua prima pubblicazione del 1939, suddiviso in più episodi sulla rivista letteraria “Letteratura”, subisce numerose critiche dal regime nella sua pubblicazione definitiva alla fine del 1941. Oggi viene considerato uno dei capolavori del neorealismo antifascista italiano degli anni ’30-’40.
Un romanzo onirico con molteplici livelli di interpretazione e di lettura, così come onirico è il suo corrispettivo filmico: “Sicilia!” riadatta il capolavoro di Vittorini in soli 76 minuti, riproducendo solo le prime quattro parti (delle sei) del romanzo.



Il “road movie” francese narra il viaggio da Milano alla natia Sicilia di Silvestro Ferrauto, un tipografo che vive al nord Italia da 15 anni e che torna al sud per ritrovare sua madre, dopo aver ricevuto una lettera del padre che dice di averla lasciata per un’altra donna.





Il film si concentra quasi interamente sulle “conversazioni” del protagonista con i vari personaggi che incontra durante il viaggio e sui panorami di una Sicilia bellissima, rurale, incontaminata.



Devo ammettere che la scelta di un film di questo tipo, con dialoghi ossessivi e ripetitivi (secondo molti critici Vittorini attraverso la ripetitività di certe frasi voleva lanciare dei precisi messaggi contro il regime), con una colonna sonora fatta solo di suoni “reali” e totale assenza di musica, e con una durata non eccessiva, si prestava bene ad una operazione di “sonorizzazione” da parte di musicisti esterni.



Detto questo, il mio plauso va a Massimo Indellicati di Ambiente H per molteplici ragioni: oltre ad essere un attivista ormai da anni nel circuito del cinema/video/installazioni/musica live di carattere sperimentale, è stato davvero sagace nella scelta sia di un “cult movie” del genere (pur allacciandosi al filone del cinema mediterraneo e pseudo-realista, questo film lascia un ampio margine di “reinterpretazione”), sia dei musicisti che avrebbero dovuto cimentarsi nella non facile operazione di creare una “ideale” colonna sonora per questo film.

Simon Balestrazzi è un musicista parmense noto per essere stato il leader dei Tomografia Assiale Computerizzata per ben cinque lustri (esattamente dal 1981 al 2006) esplorando, nelle sue molteplici incarnazioni, sia il lato acustico, che quello elettronico della musica e la fusione dei due mondi, cimentandosi sia con il lato teatrale della musica che con quello più legato alla forma canzone, tentando sempre connubi tra sperimentazione “colta” ed “extra-colta”; ogni suo lavoro inoltre è ricco di citazioni letterarie e cinematografiche.
Nel 2009 è tornato sulle scene della musica avant-garde a suo nome e con altri progetti tra cui Candor Chasma in duo con Corrado Altieri.
Altieri, poco più giovane di Balestrazzi, è attivo da metà anni 80 come vocalist di varie band cagliaritane new wave fino a realizzare un EP con gli Agorà nel 1990. Dal 1993 si interessa di sperimentazione elettronica, industrial e noise music dapprima con i TH26 (insieme ad Arnaldo Pontis dei Brigata Stirner, ex-Machina Amniotica) e successivamente con i Monosonik (in duo con Giorgio Ricci, ex-Templebeat), da solo (come Uncodified) e dal 2011 con Candor Chasma (in duo con Balestrazzi).
Quindi due sperimentatori con un curriculum e una discografia abbastanza estesa, due persone assai sensibili anche al cinema d’autore, alle colonne sonore e alle sonorizzazioni di ambienti.

La sfida era quindi quella di creare “da zero” una colonna sonora adeguata ad un film che in origine non ne ha una, mantenere riconoscibile il sound presentato finora nei tre album pubblicati come Candor Chasma (di cui uno insieme allo sperimentatore toscano Gianluca Becuzzi e uno con il musicista elettronico friulano Cristiano Deison) e nel contempo fare in modo che la colonna sonora potesse accompagnare la visione del film senza distrarre gli spettatori dalla stessa.
Impresa ardua ma riuscitissima. Il duo si lascia ispirare dal bianco e nero del film, dai suoni “concreti” che ne rappresentano la sua scarnissima colonna sonora originale, dalle scene lunghissime, claustrofobiche e “fisse” (ad esempio il lungo dialogo del protagonista con la madre) per realizzare una colonna sonora fortemente ispirata a quella di “Eraserhead”, capolavoro del ‘77 di David Lynch.
Di fatto i due musicisti reinterpretano il film degli Straub in chiave “lynchiana” creando una colonna sonora straniante, agghiacciante, dai droni bassissimi che penetrano nelle viscere e dai sibili disturbanti realizzati campionando e distorcendo i suoni originali del film. 

Ecco quindi che lo sferragliare delle rotaie del treno diventa la base ritmica di una sezione della performance,



 i rumori del porto di Messina,



 i suoni della campagna siracusana o il rumore del fuoco che cuoce l’aringa a casa della madre del protagonista diventano il “field recording” di base che viene manipolato sino alla totale deformazione sonica della sorgente audio originale, i suoni metallici stridenti dell’arrotino diventano un’orchestra di frequenze alte disturbanti che ci riportano alla mente le sinfonie metalliche degli SPK per la scena finale del film.




Di particolare interesse è stata la scena lunghissima (oltre 30 minuti) e straniante del dialogo tra il protagonista e sua madre: la fissità delle inquadrature, lunghe, interminabili, la scenografia scarna, ricca di ombre, i volti dallo sguardo imperturbabile, lo sguardo della madre di Silvestro quasi perso nel vuoto durante i suoi racconti, il pathos che aumenta gradualmente sui volti dei due protagonisti man mano che i racconti della madre prendono percorsi insospettabili (dai vari tradimenti del padre e del nonno di Silvestro, fino al racconto shock del tradimento della madre con un soldato), il tutto esaltato da una colonna sonora totalmente elettronica di chiara matrice “analogica”, che mi ha ricordato in parte quella di “Eraserhead”, ma ancora più straniante e rumorosa, che parte dal field-recording del fuoco che cuoce l’aringa e arriva a caricarsi di suoni sintetici man mano che sale il pathos del dialogo tra i due protagonisti della scena.




La presenza di loop realizzati con alcune frasi dei dialoghi originali e il sync quasi sempre preciso di suoni ed immagini hanno conferito una maggiore “aderenza” della colonna sonora creata “dal vivo” alle immagini del film proiettate in una cornice suggestiva (e acusticamente ottima) come quella della chiesa barocca di Sant’Agostino.




Il suono prende pieghe impreviste, la componente di improvvisazione e le impreviste evoluzioni di un suono estremo, totale, che si anima di vita propria e si distacca dal controllo dei suoi due “genitori”, fanno da padrone in questa esibizione.






Assistere ai due musicisti che spippolano su manopole, mixer, effetti, che cambiano le cassette nei registratori collegati, rallentano le immagini per recuperare qualche fuori-sync, tutto assolutamente con tecniche “manuali”, “analogiche” e se vogliamo “old-school” è stato ben più interessante di vedere personaggi (anche di fama) immobili dietro ad un PC portatile. 




Dopo l’esibizione ho chiesto ai musicisti di spiegarmi il set delle “macchine” utilizzate per la performance: su un tavolo abbastanza grande ho trovato registratori portatili a cassetta (su cui erano stati registrati i suoni originali del film e frasi selezionate dei dialoghi originali), piccoli campionatori di fascia bassa, catene di pedali per chitarra collegati in serie, un mixer analogico a cui erano collegati tutti questi apparecchi.
Niente laptop (tranne qualche drone “computer-generated” riprodotto attraverso un semplice lettore CD portatile e qualche parte registrata in studio con alcuni synth analogici dei due musicisti), il che spiega il suono altamente “organico” e rigorosamente “analogico” della performance, decisamente più coinvolgente dei classici laptop set di drone-music generata da PC a cui ho assistito varie volte. 
Ancora più interessante è stata la visione della scaletta scritta rigorosamente a penna che i due non-musicisti hanno seguito durante la performance come indicazione della durata delle scene e su come “indirizzare” ed “ingabbiare” il suono “generato” entro certi tempi fissi.



Ho assistito a diversi esperimenti da parte di musicisti di nome (nazionali ed internazionali) che si sono cimentati nella sonorizzazione (o ri-sonorizzazione) di film muti o cult movies, ma solo Alva Noto (un fuoriclasse dell’elettronica moderna) con la sua reinterpretazione del “Solaris” di Tarkovskij (in versione ridotta a 2 ore) e il duo Balestrazzi-Altieri con “Sicilia!” sono riusciti con successo nell’impresa di dare nuova vita a questi film “cult”. 
Sarebbe bello poter assistere nuovamente, magari con la comodità di una visione casalinga o cinematografica, alla proiezione di “Sicilia!” con la colonna sonora dei Candor Chasma, magari curata in studio o riascoltare la loro performance su un cd. Di sicuro una delle più “intense” esibizioni di musica elettronica sperimentale a cui abbia mai assistito.
Consiglierei al duo di riproporre l’esibizione anche in altre città, poiché a mio parere l’esperimento è riuscito con risultati eccellenti.

Non ci resta che ringraziare Massimo Indellicati per aver regalato questo festival ad una Puglia sempre meno attenta al panorama della musica e del cinema sperimentale sia italiano che internazionale.

Diego Loporcaro


CANDOR CHASMA -  "Rings"
(CD – Old Europa Cafe – Gennaio 2012)
Primo album di un progetto nato nel 2011 da una idea di due noti sperimentatori dell’underground italiano: Simon Balestrazzi (ex-T.A.C., ex-Kirlian Camera) e Corrado Altieri (ex-TH26, ex-Agorà). Registrato tra aprile e dicembre 2011 è il primo lavoro a lunga durata del duo che, per questo album, si fa chiamare Candor Chasma, dal nome di uno dei principali e più visibili canyon su Marte.
Il lavoro si compone di una prima parte di 23 minuti più rumoristica (divisa in quattro tracce, due da otto minuti e altre due da tre minuti e mezzo circa) e da una seconda parte più ambient di 21 minuti. 



La materia plasmata è di due tipi: il “rumore” (proveniente dalla distorsione e ripetizione di “field recordings” tra i più disparati e altre sorgenti reali “trovate”) e il “suono”, creato da sintetizzatori analogici vecchi e nuovi.
Il suono risultante è un trip psichedelico-industriale che parte dalla tradizione della power-electronics e del noise giapponese e la contamina con le colonne sonore dei film di fantascienza, con il dark ambient di Lustmord e Psychophysicist e con le sperimentazioni elettroniche di Adi Newton sotto la sigla TAGC.
Questo disco parla di registrazioni catturate nell’etere, di fantasmi, di allucinazioni, di Apofenia (il riconoscimento di schemi, immagini o connessioni all’interno di dati casuali o senza senso, quali l’identificazione di volti sulla superficie di Marte;  spesso si parla di Apofenia per giustificare molti fenomeni paranormali o religiosi).




La traccia iniziale “Inside The Ether at 6.00 am” è un continuo rombo dentro al quale emerge e scompare una voce registrata chissà dove, che ricorda tantissimo le voci utilizzate dagli Anti Group per gli esperimenti sonori intitolati “Test Tones”. Interferenze, bordate di rumore bianco, ronzii analogici, sibili digitali condiscono il tutto, contribuendo alla costruzione di un viaggio mentale incredibile, dove il rumore e il suono si fondono in un trip psichedelico totalmente analogico, pur risultando un esperimento del tutto moderno. Verso il finale del brano, il pathos aumenta, un senso di smarrimento ci pervade, sembra quasi di doverci attendere qualcosa di inaspettatamente negativo.
“The Third Void” è un altro viaggione sonico, dove su una nota fissa lunga 8 minuti, si costruiscono modulazioni analogiche di vario genere, con stratificazioni di voci registrate e trattate; verso i 5 minuti il suono si fa totale, lo spettro delle frequenze saturo: è la cara vecchia power-electronics a far da padrone negli ultimi minuti di questa intrigante sinfonia industriale.
“Chemical Analysis of Ectoplasm” è fatta di elettronica organica, un suono che si evolve e si contamina e che quasi vive di vita propria, la materia sonora è la stessa dei brani precedenti, pur essendo differenti le atmosfere ricreate.
“Hallucinated Doors” suona più “digitale” rispetto alle precedenti tracce, pur avendo componenti analogiche sempre ben evidenti. Ci sembra di percorrere un tunnel in cui suoni e rumori ad intermittenza ci terrorizzano lungo il percorso: 3 minuti e mezzo di puro delirio sonico.
Questa traccia sembra quasi un “out-take” dal lavoro-tributo a Ballard (vedere la recensione qui sotto) quanto a caratteristiche sonore.
La seconda parte del disco (“Aphophenia”) parte in modo decisamente più rilassante: le timbriche più “ambient” della suite consegnano ai nostri padiglioni auricolari una coinvolgente colonna sonora per un ipotetico film di fantascienza. “Apophenia” potrebbe documentare un viaggio negli spazi siderali ricco di allucinazioni (potrebbe essere la colonna sonora di un moderno “Solaris”?) o un viaggio di esplorazione lungo le valli del pianeta rosso. 
Questa è la traccia che forse meglio rappresenta l’identità di Candor Chasma: droni bassi, interferenze sonore, suoni elettronici “cosmici” e power-electronics vengono sapientemente dosati in un mix decisamente originale e meno disturbante dei grandi maestri della power-electronics, del noise e della dark ambient a cui i due sperimentatori italiani vogliono far tributo con questo disco.

Come dicevano Boyd Rice e Fad Gadget questa è “easy listening for the hard of hearing”. Disco fortemente consigliato.

Diego Loporcaro



ALTIERI / BALESTRAZZI / BECUZZI - “In Memoriam J.G. Ballard” 
(CD – Old Europa Cafe – Giugno 2012) 
Registrato nello stesso periodo di "Rings", questo “In Memoriam J.G. Ballard”, lavoro a 6 mani del duo Altieri-Balestrazzi in collaborazione con Gianluca Becuzzi (noto in passato con le sigle Kinetix, Metaform, Limbo e Saint Luka, ex-membro delle storiche band new wave Pankow e Kirlian Camera) è in realtà una “ideale” colonna sonora per accompagnare la lettura di alcuni dei romanzi del talentuoso scrittore britannico, deceduto il 19 aprile del 2009 all’età di 78 anni. 
Da sempre Ballard è stata fonte di ispirazione per i tre artisti durante l’arco delle loro rispettive carriere musicali, ma solo nel 2011 i tre decidono di unire le forze per realizzare questo lavoro ispirato ad alcuni dei romanzi che hanno più amato. 
Da un’occhiata veloce ai titoli dell’album si capisce subito che il disco è un tributo al lavoro ballardiano realizzato tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80: ciascun brano porta il titolo di un romanzo. 

“The Drowned World” (dall’omonimo romanzo del ’62, il secondo dell’autore) è un magma di suoni tecnologici sommersi da droni liquidi, che ben trasferisce in suono l’idea dei resti di una civiltà tecnologica sommersa dalle acque oceaniche. 
In “The Crystal World” (dall’omonimo romanzo del ’66, il quarto per l’esattezza) le diavolerie elettroniche dei tre artisti vengono utilizzate per ricreare i suoni di una giungla, suoni che man mano diventano sempre più cristallini e digitali, tentando di ricreare una possibile colonna sonora al romanzo che narra appunto di una giungla che subisce uno strano fenomeno di “cristallizzazione”, intrappolando vegetazione, animali ed esseri viventi, fino a “bloccare” anche il tempo. 
“Atrocity Exhibition” (dall’omonima raccolta di racconti su sfondo “psichiatrico” del 1969) è un delirante viaggio all’interno della psiche umana. Un loop ritmico scandisce un andamento quasi affannoso, il crescendo di suoni non fa altro che accrescere gli stati ansiogeni che l’intera composizione trasmette all’ascoltatore, più ci si inoltra nei corridoi di questa “mostra delle atrocità” e più l’adrenalina sale… questa lunga traccia vuole trasportare l’ascoltare all’interno di un ospedale psichiatrico dove morbosi rapporti tra dottori e pazienti capovolgono letteralmente i ruoli. Alla fine del viaggio una sensazione di smarrimento ci accompagna, saremo dunque il dottore che attraversa i corridoi della fantomatica clinica ballardiana o forse il malato che ne abita le sue stanze? Quindici minuti per quindici racconti e un minuto e mezzo finale di rumore bianco in cui ci sembra realmente di impazzire. 
“Crash” (dal noto romanzo del 1973, esattamente il quinto dell’opera omnia dello scrittore inglese), seconda traccia dell’album, anticipa decisamente le atmosfere claustrofobiche iniettate di sana follia di “Atrocity Exhibition” e associa loop e suoni quasi assordanti insieme a rumori di esplosioni e di metalli infranti dal quarto al sesto minuto del brano. Sicuramente una delle tracce più riuscite dell’intero tributo, “Crash” avrebbe potuto tranquillamente far parte della colonna sonora dell’omonimo film del 1996 di Cronenberg se solo fosse stata creata 15 anni prima.
“Concrete Island” (dall’omonimo romanzo del 1974) è un delirante racconto di un moderno Robinson Crusoe intrappolato in un’isola creata artificialmente dall’uomo all’interno della città di Londra. I microritmi digitali riconoscibilissimi di Becuzzi scandiscono un incedere quasi “tribale”, i suoni “naturali” sono sostituiti invece da droni e onde audio digitali e da lontani clangori provenienti da cantieri di palazzi in costruzione. 
“High Rise” (la traccia di chiusura del disco che prende il titolo dall’omonimo romanzo del 1975, il settimo per l’esattezza) ricrea un viaggio in ascensore all’interno di un grattacielo, più si scende verso terra e più la tensione aumenta esponenzialmente. Piccole incursioni rumoristiche riproducono piccoli malfunzionamenti all’interno del grattacielo, ma è quando tali rumori diventano sempre più invadenti all’interno dello spettro sonoro che la follia inizia a prender piede. Bordate di rumore digitale e analogico rappresentano gli scontri tra i condomini raccontati dall’autore, un delirio in cui civili cittadini si trasformano in belve feroci e violente. Dopo circa 3 minuti e mezzo di agonia, il viaggio all’interno di questo gigantesco grattacielo giunge finalmente a termine. 
Parlo di “Running Wild” per ultimo, pur essendo l’opener del disco, in quanto colonna sonora ideale del romanzo di Ballard più recente tra quelli scelti dal trio (risale al 1988 ed è per l’esattezza il suo dodicesimo). 
Una melodia scandita da un coro femminile descrive i paesaggi quieti di Pangbourne Village, di tanto in tanto interrotta da rumori ed interferenze. Dopo circa 1 minuto e ½ un senso di straniamento coglie l’ascoltatore, una voce radiofonica lontana dà notizie dell’accaduto, una calma piatta (ben rappresentata da gelidi droni immobili nel panorama stereofonico) e poi ancora interferenze, sempre più stridenti: gli abitanti adulti del villaggio son tutti morti, i bambini scomparsi… 4 minuti tra ambientazioni oniriche e immobilismo sonoro con interferenze noise care al Becuzzi / Kinetix. 

L’album è costituito da una traccia centrale di 16 minuti (“Atrocity Exhibition”) più altre 8 tracce (6 tracce + 2 intermezzi) disposte in ordine speculare rispetto alla traccia centrale (come nelle migliori tradizioni Becuzziane), per un totale di circa 49 minuti di elettronica glitch, suoni concreti, ambientazioni acusmatiche: un disco straniante, ma altamente suggestivo. 
Il trio di cavalieri del rumore è riuscito con successo nell’intento, per nulla facile, di lasciare ai posteri una collezione di collage sonori che possano ben rappresentare i lavori del compianto maestro, evitando di cadere in manierismi di sorta. 

Diego Loporcaro

Link Utili:

Acquology - Oceano Interiore
Simon Balestrazzi
Corrado Altieri / Uncodified
Zos / Khem
Old Europa Cafe
Terreni K





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